Scuola Secondaria di Primo Grado- Il teatro: un’esperienza del tutto particolare

Quest’anno ho fatto una grandiosa esperienza, il teatro.

Io e la mia classe, insieme agli altri ragazzi di seconda media,  dovevamo recitare un famosissimo libro: “I ragazzi della via Paal”; io in particolare, dovevo interpretare il ruolo di un traditore, Gereb.

Il libro è ambientato a Budapest, e narra la storia di due fazioni, i ragazzi della via Paal e le camicie rosse, che simulano una guerra quasi reale per il possesso di un campo da gioco rappresentato da una vecchia segheria.

La serietà con cui questi ragazzi interpretano i vari ruoli gerarchici, gli ideali e le regole di lealtà alla propria fazione è strabiliante.

La recita è stata messa in scena in un teatro davvero “speciale”, la nostra scuola.

Siamo stati suddivisi in sei gruppi differenti, due per classe e ad ognuno è stata assegnata una parte.

Con grande sorpresa nostra e dei genitori, la prima scena si è svolta all’ aperto nel cortile, dove noi, ragazzi della via Paal, giocavamo con le camicie rosse, simulando l’intervallo scolastico dei ragazzi di Budapest a quell’ epoca.

Al suono della campanella, i sei gruppi si sono divisi, e ognuno ha recitato la stessa parte ai sei  gruppi di genitori sparpagliati nel cortile.

Le sorprese non sono finite per gli spettatori, perché lo spettacolo è diventa itinerante, e dal cortile, la recita si è spostata nelle singole classi dove abbiamo recitato una delle parti salienti della storia.

È proprio in questa occasione che ho interpretato il tradimento di Gereb, che mi ha fatto riflettere su come, pur essendo così lontano dal mio modo di essere, ci si riesca ad immedesimare così tanto da riuscire ad essere convincenti nel ruolo che si recita.

Il palco si è spostato nuovamente in cortile, dove abbiamo dato vita alla battaglia finale tra i ragazzi della via Paal e le camicie rosse e dove si è reso omaggio al vero protagonista del libro, Nemecsek. Questa è stata per me, la parte più emozionante di tutto lo spettacolo.

A fine rappresentazione, mi sono reso conto di quanto inizialmente non avessi dato molta importanza alla recita.

Man mano che i giorni passavano, e le prove diventavano sempre più ravvicinate e difficili, mi sono reso conto che mi stavo divertendo e che desideravo che lo spettacolo riuscisse con successo.

Il giorno della messa in scena non avvertivo una grande ansia da prestazione, ma ero impaziente di incominciare e un po’ temevo che l’emozione mi avrebbe fatto dimenticare qualche battuta.

Ho guardato con curiosità tutti i genitori, parenti e amici che erano li per noi, e mi sono reso conto che i loro occhi erano vigili, attenti, ed emozionati, qualcuno addirittura aveva gli occhi lucidi. Di riflesso anche io ho sentito la stessa emozione crescere.

Poi come per un automatismo, ho iniziato a recitare la mia parte.

Il momento della battaglia finale mi ha dato la possibilità di scaricare tutta la piccola tensione che avevo accumulato, quasi una liberazione. Quando sentii gli applausi scrosciare incessanti, fui avvolto da sentimenti contrastanti, gioia, commozione, orgoglio e fierezza. Quegli applausi erano il frutto di tutto il nostro lavoro.  (Andrea Fontana IIB)

(…) quest’esperienza ci ha insegnato ad essere più responsabili, infatti non c’era nessuno, come ad esempio alle elementari, che ci diceva cosa fare, poiché ognuno doveva sapere come muoversi. I nostri personaggi erano a contatto con il pubblico, non dovevamo fingere che non ci fosse, dovevamo spiegare tutto in modo chiaro. Questa probabilmente è la ragione per cui il nostro ruolo era particolarmente delicato.

Non potevamo ignorarli dovevamo coinvolgerli. (Margherita Carabelli Benedetta Zagra IIB)

(…)La recita era infatti tenuta interamente da noi ragazzi, ognuno aveva una parte, e ognuno aveva il compito di svolgerla con impegno. Se anche la più piccola e trascurabile battuta veniva dimenticata, allora non aveva senso quella dopo, quella dopo ancora e così via, motivo per cui ogni ragazzino aveva sulle spalle una grande responsabilità. Prima della recita ognuno di noi sapeva che avrebbe dovuto svolgere la prima grande prova senza nessuna guida. Non come nelle interrogazioni in classe, dove se non ti ricordi qualcosa c’è il professore ad aiutarti, non come nelle recite di fine anno dei bambini, dove le maestre ti dicono quando entrare in scena o cosa dire; no, niente di tutto ciò, dall’inizio dello spettacolo eravamo noi questa volta le guide, maestre e maestri, professori e professoresse. Il pubblico non aveva idea di cosa doveva succedere, di dove doveva andare, eravamo noi a dirgli di seguirci, di ascoltarci ma soprattutto di fidarsi. (Maddalena Arzeni IIB)

 

(…)ci sono piaciute molto le parole del preside prima dello spettacolo che ha detto che fare Teatro è il modo migliore di mettersi nei panni di qualcun altro provando dell’emozioni diverse e nuove avvicinandosi con i propri colleghi e compagni.

Fare Teatro ci ha fatto crescere e avvicinare. (Riccardo Russo e Niccolò Bonanno IIB)