Scuola Primaria – Gita d’inizio anno a Morimondo

Martedì  2 ottobre 2018
Gita d’inizio anno a Morimondo
“Insieme a Morimondo, all’opera per il mondo”

La gita di inizio anno è sempre e soprattutto un’occasione di convivenza comune a tutta la scuola, preziosa per iniziare o rinsaldare l’amicizia fra di noi.  Quest’anno la scelta di visitare l’abbazia di Morimondo ci ha permesso di conoscere e immedesimarci nella vita dei monaci che, come ci hanno ripetuto tutte le guide, vivevano la concretezza del lavoro e pregavano, cioè restituivano ad ogni azione il suo senso.
Così abbiamo osservato la bellezza del paesaggio, svolto i lavori agricoli nella cascina, raccolto le erbe medicinali, preparato pillole ed empiastri in erboristeria e miniato fantasiosi capolettera.
La visita ai luoghi dell’abbazia ci ha mostrato l’intelligenza e la semplicità con cui i monaci hanno saputo costruire un luogo dove tutto, persino le pietre, parla di Dio.

I bambini hanno scritto…

Vedendo il monastero mi sono accorta che i monaci non lo costruivano solo per loro, ma soprattutto per Dio infatti  costruivano l’abbazia  facendo ogni cosa con un senso. Letizia

La chiesa, visto che rappresenta la croce, aveva l’abside storto perché Gesù morendo ha inclinato la testa, il transetto rappresentava le braccia di Gesù, il coro era situato inizialmente davanti all’altare e rappresentava la gabbia toracica e le colonne della navata sinistra non erano drittissime perché la gamba sinistra di Cristo in croce era sovrapposta a quella destra. Giovanni

Da un lato della chiesa c’era una finestra grandissima, mentre dall’altro lato era molto piccola. Questo perché una parte era esposta al sole, e non doveva entrare troppa luce, mentre dall’altro la finestra era grande perchè non batteva il sole e quindi doveva entrare più luce possibile. Letizia

Il particolare che più mi ha colpito è stato il continuo ripetersi del numero otto: il giorno del battesimo viene chiamato l’ottavo giorno perchè si rinasce a una vita nuova. Giuseppe

Nel laboratorio di miniatura abbiamo dipinto la nostra iniziale del nome. La mia era la L ed era disegnata con un pesce in verticale e uno in orizzontale, attaccato alla coda. Mi è piaciuto quando ci ha fatto vedere come si prepara l’inchiostro. Si accende una candela e si mette sopra un piatto di ceramica fredda e si ottiene il “fumo nero” che è una polverina. Mettendo questa polverina in una brocca, l’acqua diventa sempre più scura per una reazione chimica. Trascorsi due giorni si aggiunge una colla liquida che facilita la scrittura e si ottiene così l’inchiostro.

Mi ha stupito scoprire come i monaci riuscivano a ricavare i colori da ogni cosa che avevano intorno, se erano vicino al mare li trovavano nei polpi o in altri molluschi perchè i polpi hanno dell’inchiostro dentro di loro che quando si arrabbiano fanno fuoriuscire. Però i monaci di Morimondo non avevano mari vicino a loro, quindi andavano nel bosco a raccogliere la galle che erano delle “palline” che crescevano sulle querce. Letizia

Producevano l’inchiostro con la noce di galla e l’aceto. Per cronometrare il riscaldamento del liquido, dicevano tre Ave Maria e l’inchiostro era pronto. Giovanni

Mi ha colpito sapere che soltanto i monaci imparavano a scrivere e la scrittura era considerata molto importante e questo mi ha fatto pensare che sono fortunata, perché hanno inventato la scuola e io posso scrivere senza essere necessariamente un monaco. Federica

Nell’infermeria con il mortaio abbiamo schiacciato l’erba. Prima ci ha dato la menta, l’abbiamo usata per fare le pastiglie che servono per il mal di gola: con il mortaio abbiamo fatto diventare la menta una polverina, poi ce la siamo messa sul palmo della mano e la signora ci metteva il miele sopra e insieme alla farina abbiamo fatto la pastiglia. Poi con la piantaggine, che abbiamo raccolto, abbiamo fatto il cerotto. Benedetto

La cosa che mi ha colpito di più è stata il giocone. C’erano cinque squadre: blu, rosso, bianco, verde, arancione io ero dei blu. Si correva in coppie da tre: uno piccolo e due grandi e bisognava tenere per mano il piccolo e con l’altra mano tenere il cucchiaio con sopra una pallina. Si andava avanti fino ad un certo punto dove si lasciavano i cucchiaini e si prendeva una palla da tennis e si lanciava dentro a un cerchio. Si andava avanti e si calciava dentro ad una porta poi si correva a prendere la scatola e la si dava ai compagni che costruivano la torre. Alla fine si misurava la torre e chi l’aveva costruita più alta vinceva. Luigi

Il momento di convivenza che mi ha coinvolto di più è stato il “gioco libero”. Durante questo tempo io, Agnese (la mia primina) e altri bambini, abbiamo giocato a “Lupo mangiafrutta”. Non giocavo a questo gioco da tantissimo tempo, perché era diventato noioso, ma con Agnese è stata tutta un’altra cosa: con mia sorpresa è stato molto divertente correre senza farsi prendere. Letizia